Parliamo di ricognizioni nell’enduro.
La tematica è sempre molto attuale e circa due anni fa (qui l’articolo) avevamo invitato tutto il settore a riflettere proprio su questo aspetto e sull’importanza di gestirle in modo più attento.
Ieri sera, Manuel Ducci è tornato sull’argomento, riallacciandosi idealmente ai punti trattati in quell’articolo, con un post su Facebook.
Questa volta, però, a parlare è uno dei protagonisti della scena enduro italiana.
Ecco cosa ha scritto Manuel Ducci (qui il suo post):

ricognizioni nell'enduro

«Amo l’enduro, amo questa disciplina che tanto mi ha dato e per la quale nutro un profondo rispetto e proprio per questo motivo da oggi inizia per me un nuovo percorso… un nuovo approccio verso di essa… un modo diverso di affrontare le gare o se vogliamo un ritorno alle origini.
Negli ultimi anni, specialmente in Italia, si è arrivati all’esasperazione della ricognizione del percorso di gara, si passano mesi a provare gare di un solo giorno ed infine ci si sposta sul luogo di gara almeno una settimana per provare ulteriormente il tracciato, e questo non accade solo tra i “Pro” ma anche tra molti “Amatori”. Ormai si passa più tempo a provare che a gareggiare e si spendono molti più soldi in ricognizioni che in partecipazione ad eventi.
È un cane che si morde la coda, poiché i Pro provano tanto arrivando a conoscere i percorsi a memoria e si giocano il risultato sul filo dei decimi, allora gli amatori provano quanto loro per cercare di raggiungerli e superarli e a volte ci riescono, così i Pro provano ancora di più perché non si possono permettere che un “Amatore” gli stia davanti.
L’occasione fa l’uomo ladro, come nella vita di tutti i giorni così anche nello sport si cerca ogni metodo per portarsi in una condizione di vantaggio rispetto agli altri, perdendo di vista i valori e rovinando quel che di bello si è creato.
È anche ora di finirla con la ricerca di tagli che snaturano i sentieri!
L’enduro non è tutto ciò, l’enduro è intuizione, interpretazione, condivisione, guidare alla cieca o quasi, è istinto, è improvvisazione, è esplorazione ma soprattutto è avventura! E l’avventura sparisce se conosci già che cosa ti aspetta, è come leggere un libro sapendo già come andrà a finire.
Siamo molto lontani dai giorni in cui guidavamo in quel modo, siamo arrivati al punto che stiamo partecipando a gare che ormai sembrano DH ma più lunghe e questo non è lo sport di cui mi sono appassionato (con tutto il rispetto per la Dh)
Per questo da oggi per nostra scelta, io e Valentina faremo un solo giro di ricognizione del percorso il giorno prima se sarà possibile altrimenti correremo alla cieca, tornando a guidare il vero enduro.
Sperando che qualcun altro come noi ne prenda atto e cominci a valutare la cosa. Va inoltre detto che non ci sarà mai un Italiano veramente competitivo a livello internazionale finché continueremo a mantenere questa attitudine. La mia non vuole essere una polemica, ma l’inizio di una riflessione che credo sinceramente sia il momento di fare».

Qual è la soluzione, allora?

Niente più ricognizioni? No, non è questa la strada: almeno una volta è bene provarlo il percorso, anche per motivi di sicurezza.

Ricognizioni senza limiti e senza regole? A quanto pare nemmeno questa è la strada, perché provare più volte lo stesso tracciato non vuol dire aumentare il livello di sicurezza. Anzi, potrebbe verificarsi il contrario.

Quindi, qual è la soluzione?
Impedire le ricognizioni prima di una gara è praticamente impossibile, anche se qualche accortezza potrebbe essere presa.
Però, noi non siamo degli organizzatori e allo stesso tempo ci rendiamo conto che il dilagare delle ricognizioni (che è una caratteristica molto italiana) è più una questione di mentalità.
Forse, è il volersi sentire più sicuri, il voler evitare figuracce in gara, il volersi dimostrare più veloci e via dicendo.
Però, attenzione: questo non solo non è più enduro (sembra più una lunga Dh), ma non è quasi più una competizione.

ricognizioni nell'enduro

Cos’è una competizione?
A livello amatoriale la potremmo riassumere così: confrontarsi con altri sportivi, accettando che ci sia qualcuno che va più forte e qualcuno che va più piano di noi, divertendosi.
Ma non è più così da tempo, quasi in nessuno sport.
La risposta, per molti, è: fare meglio del proprio compagno di squadra o di quel rider in particolare, dimostrare a tutti che sono il più bravo, dimostrare a se stessi e agli altri che i pro’ non sono così tanto più veloci e chi più ne ha più ne metta.
E tutto ciò sembra più una sfida sociale, più un modo per cercare un’emancipazione-rivalsa che una vera competizione.
E il divertimento di improvvisare su un sentiero poco conosciuto dov’è finito?
Perché l’enduro è questo.

Troppe ricognizioni lo trasformano in altro.
In lunghe Dh, magari, con la grande differenza che la Dh è complessivamente più sicura dell’enduro.
Manuel Ducci ha ragione: sparisce l’avventura, sparisce una parte importante dell’enduro.
Il “guidare a vista” è uno dei concetti fondamentali dell’enduro che non equivale a “maggiori rischi in gara”, perché laddove non ci si sente sicuri, si rallenta.
E’ una questione di buon senso.
E’ sufficiente ricordarsi, quando si è in Speciale, che siamo lì per divertirci.

Quell’articolo di due anni fa è ancora oggi uno spunto importante di riflessione, per tutto il movimento enduro italiano e magari anche internazionale.
Saremo felici di sentire la vostra a riguardo.
I commenti sono aperti a tutti.

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